Cimitero Monumentale di Alessandria
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Teresa Grillo - Michel

1855–1944

Madre Teresa Michel

Le donne e l’immersione nella miseria sociale di fine Ottocento

La vita di Teresa Grillo Michel : storia dell’assistenza e storia di genere

Centocinquant’anni fa, il 14 aprile 1855, da Alessandria principale

fortezza del regno sabaudo, partivano per la guerra di Crimea i

quattordicimila soldati del corpo di spedizione piemontese al comando

del generale Lamarmora. La guerra che sanciva l’alleanza risorgimentale

tra il Piemonte di Vittorio Emanuele II e la Francia di Napoleone III,

diede popolarità all’inglese Florence Nightingale, la “signora della

lampada”, e al gruppo di volontarie che lei guidava: infermiere che si

prodigarono per i soldati feriti. Insieme a Florence Nightingale, a cui si

deve la creazione del mestiere dell’infermiera professionale, per tutto il

corso dell’Ottocento un’avanguardia di donne borghesi e nobili, nei vari

paesi dell’Europa industrializzata, fu protagonista, ancora poco

conosciuta, di una storia dell’assistenza e della filantropia da cui

scaturiranno le moderne forme di volontariato e la progressiva

professionalizzazione di molti lavori sociali. Dalle dame di carità alle

filantrope, alle animatrici di associazioni, istituzioni, comunità che

volevano porre rimedio ai mali della società, si dipana una storia

dell’assistenza in cui donne di formazione laica, democratica, cattolica,

socialista vollero portare le competenze femminili nella vita pubblica e

affermare il valore sociale delle doti materne anche al di fuori dell’ambito

familiare. Grazie al lavoro gratuito di assistenza, educazione e cura

dedicato all’infanzia abbandonata, ai malati, ai poveri, agli emarginati,

compito sentito come “tipicamente femminile” e perciò delegato

volentieri alle donne, queste ultime nel corso dell’Ottocento prendevano

coscienza dei loro diritti e intraprendevano anche un cammino di

emancipazione attraverso le forme meno aggressive di questo

“femminismo pratico o maternalista”.

Ai tempi della guerra di Crimea, nella Milano ancora sotto la

dominazione asburgica, Laura Solera Mantegazza già da cinque anni, con

i suoi ricoveri per bambini lattanti, forniva alle madri operaie

un’istituzione dove era possibile l’allattamento materno, ponendo così

parzialmente rimedio al problema dei neonati incustoditi, causa non

ultima dell’alta mortalità infantile che si registrava tra i ceti popolari (1).

Proprio nel 1855, l’anno in cui si conobbero le infermiere di Florence

Nightingale, nasceva il 25 settembre a Spinetta Marengo Teresa Grillo

Michel che in questa storia di autocoscienza e solidarietà espressa dalle

donne ha lasciato una traccia originale e profonda intrecciata a quella

degli uomini del suo tempo. Insieme alle coordinate sociali e politiche

che rinviano alla nascita dell’associazionismo delle classi popolari, allo

sviluppo del socialismo, alla diffusione del cattolicesimo sociale, anche la

storia di genere, cioè quella che individua la specificità delle relazioni

sociali tra genere maschile e genere femminile, può dare un efficace

contributo a collocare Teresa Grillo, Madre Michel, in una prospettiva

storica compiuta, sottraendola alla visione puramente agiografica. Infatti,

nonostante le ricerche storiche di Renato Lanzavecchia e di Marco

Impagliazzo, alla biografia basata sulla profonda amicizia personale di

Carlo Torriani, la donna in assoluto più famosa dell’Ottocento

alessandrino rimane poco conosciuta, stretta nel ritratto convenzionale

che accomuna la galleria di donne illustri, presentate come esempi

edificanti di virtù civili, di doti morali e proiettate in una dimensione

idealizzata fuori dal tempo(2).

Eppure Madre Michel ha attraversato negli ottantotto anni della sua

esistenza le vicende del Risorgimento, ha vissuto il clima anticlericale che

ha permeato il giovane Regno d’Italia, i tentativi di laicizzare l’assistenza

avviati dal ministro alessandrino Urbano Rattazzi, la contrapposizione tra

cattolicesimo sociale e socialismo ateo, la repressione crispina di fine

secolo, il mutamento dei rapporti tra le classi sociali e soprattutto il

problema dell’emarginazione e della miseria sociale. Con l’aprirsi del

nuovo secolo, seguendo i flussi dell’emigrazione italiana, è diventata

suora missionaria in Brasile e Argentina, durante le due guerre mondiali

con le consorelle ha fatto sentire senza tentennamenti la sua condanna

della violenza armata. La storia della sua vita, simile a quella di tante altre

donne che furono lontane dal femminismo militante, testimonia che le

vicende dell’emancipazione femminile hanno percorso infiniti itinerari

personali che superano i confini circoscritti dell’emancipazionismo

fondato sulla rivendicazione esplicita e programmatica di uguali diritti

politici e civili.

La biografia di Madre Michel si inserisce naturalmente in contesti

storici che ne hanno condizionato il corso ma, come per altre donne che

hanno lasciato un segno significativo, anche nel suo caso è importante

capire l’intreccio tra pubblico e privato, comprendere la soggettività e le

sofferenze individuali, le relazioni interpersonali dove si creano

solidarietà e legami ma anche resistenze, contrasti, dove maturano le

scelte e le svolte esistenziali.

Vedovanza e inizi di una nuova vita negli anni della “Rerum Novarum”

Teresa Grillo Michel visse la prima parte della sua esistenza

ricoprendo i ruoli familiari comuni alle donne che appartenevano alla

ricca borghesia. Condivise i privilegi economici e culturali della sua classe

sociale e ne accettò anche le limitazioni dei diritti che si ritenevano

connaturati alla femminilità: quinta figlia di una famiglia facoltosa, orfana

di padre a undici anni, allieva fino a diciotto anni del Collegio delle Dame

inglesi di Lodi, giovane donna colta e brillante introdotta dalla madre nel

salotto della contessa Figarolo di Groppello di Alessandria dove conobbe

il futuro marito. Divenne moglie a ventidue anni del capitano dei

bersaglieri Giovanni Battista Michel: durante i quattordici anni del

matrimonio visse nell’Italia meridionale, a Caserta, Acireale e infine a

Napoli. Nel 1891 muore la madre e a breve distanza di tempo anche il

marito. Teresa Michel ha trentasei anni ed è vedova, ricca e senza figli,

ritorna nella città natale e sprofonda nella disperazione, si ammala,

conosce il baratro della depressione, non sa più che cosa fare della sua

vita che le appare priva di senso.

Si chiude nel palazzo di famiglia in via Umberto: le sono vicini il

cugino don Giuseppe Prelli, le sorelle, i fratelli, il cognato medico Cesare

Arrigo. Per una vedova, a cui non mancavano i mezzi economici,

dedicarsi al soccorso dei bisognosi nelle forme della beneficenza

codificata nei salotti della ricca borghesia era una scelta frequente, quasi

obbligata. Forse Teresa negli ultimi anni della sua permanenza a Napoli

aveva conosciuto Teresa Ravaschieri che aveva innovato la beneficenza

in quella città di cui lascerà testimonianza in una libro intitolato Storia

della carità napoletana e di cui molte signore avevano adottato il suo stile e i

suoi metodi: “[…] Al suo tatto, al suo sentimento d’indipendenza dalle

combriccole….si deve se oggi la donna, anche prima di chiamarsi

femminista, ha potuto da noi entrare ad esercitare la beneficenza” (3).

Tornata ad Alessandria dove aveva sepolto il marito, riallacciando i

rapporti con la famiglia d’origine, Teresa ritrovava i salotti, le

associazioni dove si svolgeva la vita di società dell’élite borghese

cittadina, la stessa che animava con offerte ed iniziative di carità le opere

pie coordinate in comitati di soccorso ai poveri.

Lo storico Istituto delle signore di carità da più di sessant’anni

distribuiva pasti caldi nei mesi invernali agli affamati che, giunti numerosi

dai sobborghi, affollavano anche gli altri punti dove potevano

elemosinare una minestra come l’Ospizio di San Giuseppe, l’Ospedale

civile, Casa Sappa. La vedova Michel era stata educata come ogni brava

ragazza di un’agiata e rispettata famiglia borghese a dimostrare

benevolenza, sensibilità e concreta disponibilità nei confronti dei

diseredati, dei contadini che lavoravano nell’azienda agricola adiacente

alla villa la Cavallerotta di Spinetta Marengo dove era nata e aveva

trascorso l’infanzia. Conosceva bene la rete organizzativa, le procedure

collaudate con cui la classe dirigente della sua città elargiva aiuti materiali

e, più raramente, offerte in denaro alle famiglie di indigenti segnalate

dalla rete dei parroci e dai medici che attraverso visite a domicilio

individuavano quali fossero i più bisognosi

Le famiglie Grillo e Parvopassu, da cui proveniva la madre di Teresa,

attraverso i loro esponenti più rappresentativi, avevano espresso per

tutto l’Ottocento quei requisiti che ne facevano famiglie di notabili

influenti e rispettati per patrimonio, per ruoli professionali, per funzioni

sociali ed amministrative ricoperte nel contesto cittadino: proprietari

terrieri, commercianti, medici, avvocati, amministratori locali, promotori

e coordinatori di iniziative di beneficenza di impronta laica e borghese.

Il padre di Teresa, Giuseppe, era stato uno stimato primario

dell’ospedale civile ed un facoltoso possidente, lo zio materno Carlo

Parvopassu, avvocato appartenente ad una famiglia della borghesia

mercantile, era diventato sindaco nel 1848, dopo la concessione dello

Statuto Albertino: a capo di una giunta di liberali giobertiani aveva anche

preso posizione a favore dell’insurrezione repubblicana di Genova e per

questo motivo un anno dopo, con regio decreto, era stato costretto a

dare le dimissioni. Aveva legato il suo nome agli anni eroici del

compimento dell’Unità nazionale, tornando ad essere primo cittadino di

Alessandria tra il 1860 e il 1861.

Alla fine del secolo, per quell’élite della ricca borghesia che aveva

dato il suo contributo al processo unitario, la filantropia, intesa come

scienza positivistica del progresso sociale e dell’armonia tra le classi, era

diventata strumento di governo locale, di controllo delle tensioni sociali,

di contenimento dei comportamenti devianti e pericolosi per l’ordine

pubblico

La Cassa di Risparmio di Alessandria, nata nel 1835 grazie ad un

lascito testamentario di un altro zio materno di Teresa, Pietro

Parvopassu, rappresentava la fiducia nutrita dai ceti abbienti di risolvere

con i “lumi della scienza” economica il problema dell’indigenza delle

classi subalterne. Le casse di risparmio erano istituzioni associative ad

azionariato popolare “grazie alle quali anche il povero può diventare

ricco onestamente”(4). Il fratello maggiore di Teresa, era l’avvocato

Francesco Grillo, presidente della Cassa di Risparmio di Alessandria e

della Congregazione di Carità, e consigliere comunale, il nipote Enrico

Montel era pure lui consigliere comunale, membro della Congregazione

di Carità e presidente del Comitato regionale della Croce rossa, il cognato

Cesare Arrigo, medico primario, aveva promosso con la Congregazione

di Carità la fondazione dell’ospedaletto infantile, il cugino Francesco

Parvopassu era medico comunale dei poveri. A questo progetto per una

filantropia gestita con competenza, oculatezza e razionalità, cooperava

un gruppo di personalità di estrazione liberale e di orientamento

progressista che gravitava nell’orbita della sinistra storica: erano

amministratori locali, professionisti, soprattutto medici e avvocati,

imprenditori.

Le iniziative delle signore di carità diventavano collaterali e la

direzione degli interventi per migliorare le condizioni di vita delle classi

popolari passava sotto il controllo degli uomini che gestivano il potere

locale con un approccio professionale che intendeva superare l’esercizio

virtuoso della carità e gli slanci volontaristici. Ma i cambiamenti sociali

della fine dell’Ottocento, i processi di industrializzazione più rapidi, lo

sviluppo di una coscienza di classe stavano trasformando i poveri in

proletari sempre più restii a restare sotto la tutela della borghesia, sempre

più decisi a conquistare autonomi spazi organizzativi.

Se inizialmente, dopo il trauma per la perdita del marito, acuito dalla

sofferenza per non aver avuto figli, Teresa Michel concretizzò il

desiderio di fare del bene, di sentirsi utile, nelle forme classiche del

soccorso a domicilio, nella distribuzione di aiuti economici, il suo

progetto successivamente crebbe e la portò ad immergersi nella miseria

sociale, non solo e non tanto per cancellare la povertà e la sofferenza, ma

per condividerle in prima persona, modificando totalmente la propria

esistenza. Era una decisione che divergeva dai propositi e dai metodi

delle solide famiglie borghesi da cui proveniva e con cui si era

imparentata, sensibili ai mali della società e disposte a contribuire, con

sollecitudine e senso di responsabilità, ad alleviare le sofferenze che

affliggevano le classi subalterne.

La scelta di Teresa, che doveva apparire eversiva nella sua radicalità

evangelica, andava oltre il bisogno di fare del bene, così diffuso tra i

membri delle classi agiate, era anche la soluzione di una crisi esistenziale,

culminata con la malattia, che spingeva una donna ad uscire dalla

riservatezza domestica e ad assumere una inusuale visibilità pubblica.

Come ha raccontato don Carlo Torriani, l’ancora di salvezza fu

offerta dalla lettura della biografia di don Giuseppe Cottolengo: la

vedova Michel volle subito andare a Torino a visitare la Casa della Divina

Provvidenza, fondata nel 1832 da don Giuseppe Cottolengo,

rappresentante di spicco, con don Giovanni Bosco, di quei sacerdoti che

nella Torino del Risorgimento dedicavano il loro impegno agli

emarginati, ai giovani, ai rifiutati dalla società.

La scoperta della Casa della Divina Provvidenza e dei suoi

quattordicimila ricoverati fu una rivelazione: “[…] mi venne in mano il

libro del Cottolengo. Lo lessi: non ne avevo mai sentito parlare prima e

mi venne il desiderio di andare a Torino a visitare quel monumento della

carità cristiana. Mi sentii vinta e caddi in ginocchio davanti a quel Dio

d’amore che aveva ispirato a quell’anima tante belle cose e lo pregai che

mi aiutasse a fare un po’ di bene anch’io…Da quel giorno mi senti

trasformata e cominciai un nuova vita anch’io…” (5)

“Fare un po’ di bene”: Teresa è colpita dalla concezione della

provvidenza di don Cottolengo. É una provvidenza che usa gli uomini e

le donne come docili strumenti per perseguire i suoi fini di carità a favore

dei più sventurati. Teresa Michel non vede più nella sua triplice

condizione di vedova ricca e senza figli la causa della sua angoscia, della

sua infelicità senza sbocco bensì la via che la provvidenza le indicava per

farsi madre spirituale dei più diseredati, dei malati incurabili rifiutati dalle

famiglie, delle tante vittime degli andamenti ciclici dello sviluppo

industriale, della crisi agricola le cui conseguenze si potevano vedere

quotidianamente nelle vie e nei quartieri popolari di Alessandria.

Sbandati, disoccupati, vagabondi, orfani mettevano in difficoltà le

capacità ricettive delle opere pie, dell’ospedale, dell’ospizio e del

manicomio di cui il cugino don Giuseppe Prelli era stato uno degli

amministratori. Nell’opera del Cottolengo la vedova Michel forse

misurava anche la “taumaturgica comparazione dei propri con gli altrui

dolori…” (6).

Per una donna che aveva sperimentato gli agi e i privilegi derivanti

dal suo status sociale seguire quell’esempio diventava un modo per dare

un senso all’esistenza e trovare la propria realizzazione in un impegno

totale a favore di coloro che erano privi di tutto: salute, integrità

psicofisica, mezzi di sostentamento, affetti. Ciò implicava prima di tutto

il rifiuto e il superamento delle forme tradizionali della beneficenza

borghese sentita come dovere e “galateo” sociale verso i più sfortunati.

La vedova Michel costruiva intorno a sé una nuova e fitta rete di

relazioni che doveva diventare un sodalizio, una famiglia spirituale

cresciuta nel contesto del cattolicesimo sociale che prendeva alimento

dall’enciclica Rerum Novarum emanata da papa Leone XIII nel 1891.

I cattolici si aprivano all’azione sindacale e politica a favore del

proletariato: chiedevano leggi protettive per donne e fanciulli che

lavoravano in fabbrica, raccoglievano la sfida dei socialisti per togliere

alla sinistra marxista la guida delle classi lavoratrici e proporre soluzioni

alternative di fronte alle ingiustizie originate dallo sviluppo capitalistico.

Per una parte del clero e dell’elettorato cattolico, schierati su posizioni

intransigenti e conservatrici, la priorità era sconfiggere il socialismo ateo

e negatore del diritto naturale alla proprietà privata. Per i preti impegnati

nel sociale, per l’associazionismo laico che si rivolgeva a contadini e

operai non c’era antitesi tra bisogni spirituali e bisogni materiali: “Il

miglior modo di parlare di Dio era occuparsi degli interessi materiali dei

più poveri” (7).

É in questa temperie culturale che la sensibilità religiosa di Teresa

Michel, accresciuta dalle sofferenze personali, acquista maturità e

consapevolezza nuove. Nel 1893 iniziò a frequentare con fervore la

parrocchia di San Tommaso a Torino, attirata dal richiamo dell’etica

francescana e si inserì nell’attivo gruppo di terziari laici dove conobbe

Francesco Monelli, medico specialista del Cottolengo, Paolo Pio Perasso

attivista della conferenza di San Vincenzo e della Società Operaia

torinese e Agostino Balma attraverso il quale Teresa entrerà in contatto

con don Luigi Orione. Ad Alessandria intanto si iscriveva alla Guardia

d’onore del Santuario del Sacro Cuore, qui cominciava a frequentare altre

donne impegnate nel volontariato come Irma Gorresio attivista della

Croce Rossa. Attraverso la Società di San Vincenzo De Paoli, fondata in

Alessandria da Francesco Faà di Bruno, che soccorreva i poveri a

domicilio, la vedova Michel, iniziò ad aiutare alcuni ragazzi, poi spalancò

le porte del suo palazzo a vagabondi, malati, orfani, donne sole prive di

mezzi di sostentamento.

“Madre Michel” e il Piccolo Ricovero delle figlie della Divina Provvidenza

La famiglia assisteva perplessa alla metamorfosi di Teresa che si era

immersa nella miseria sociale e aveva aderito a forme di devozione

religiosa con tale intensità ed espansività da risultare in contrasto con il

contegno sobrio e riservato della classe sociale a cui apparteneva: “[…] la

Chiesa del Sacro Cuore ancora disadorna doveva presentare alla futura

madre dei poveri un’attrattiva doppiamente francescana. Vi si portava

all’alba. Quando i padri, al suono dell’Ave Maria, aprivano il portone,

trovavano donna Teresa già prostrata sul lastrico della strada in

adorazione del Divino Amore…” (8).

“Donna” Teresa accoglieva nel palazzo paterno coloro che

bussavano in cerca di aiuto, senza esprimere giudizi morali, senza

sottoporli ad alcun controllo per verificare se lo “meritassero” e ciò

sollevava critiche perché appariva in contrasto con i criteri che

regolavano gli interventi delle Opere Pie e dei comitati di soccorso che

spesso le coordinavano. La promiscuità con i “miserabili” appariva non

solo disdicevole ma anche pericolosa in un periodo in cui il conflitto

sociale stava diventando aspro e i poveri, sempre meno umili, sottomessi

e deferenti, esprimevano spesso il loro odio di classe anche nei confronti

di coloro che ritenevano di essere i loro benefattori. Nel 1887 il barone

Giuseppe Montel, marito di Angiolina, sorella maggiore di Teresa,

metteva in guardia la commissione cittadina incaricata di elargire soccorsi

a domicilio e faceva notare “[…] l’inconveniente delle visite nei quartieri

miserabili, ove si sarà quasi assediati e talvolta anche insultati e si

solleveranno gare e clamori senza fine, tutti volendo essere poveri e

meritevoli di sussidio” (9).

All’inizio del 1893 Teresa Michel aveva già nettamente varcato il

confine della beneficenza di matrice borghese, prudente, distaccata e

selettiva. Infatti, consigliata da don Prelli e da padre Ruggero dei frati

cappuccini del Sacro Cuore, decideva di abbandonare il palazzo di

famiglia, il 14 gennaio diventava terziaria francescana. Data la sua

condizione vedovile, aveva riacquistato la capacità giuridica e la facoltà di

disporre dei suoi beni.

Constatata l’inadeguatezza del palazzo paterno per realizzare l’opera

di assistenza ai poveri che si era prefissata di svolgere “sotto le ali della

Divina Provvidenza”, si trasferiva nel quartiere cittadino di Gamondio,

isolato di Santa Margherita, dove si trovavano edifici popolari, casupole

in precarie condizioni igieniche e sanitarie. La sua condizione di donna

sola, non più sposata, glielo permetteva, ormai uscita dalla potestà

maritale acquistava l’intero caseggiato per trentamila lire, vendeva tutto il

suo patrimonio, si indebitava, la seguiva un gruppo di compagne come

Maddalena Accornero e Maria Gilet, una suora che aveva fatto

esperienza per dodici anni al Cottolengo. In questo modo nasceva il

Piccolo Ricovero delle figlie della Divina Provvidenza: non una

congregazione religiosa ma una casa laica organizzata come una famiglia,

animata dall’etica e dalla religiosità francescana della povertà, aperta per

accogliere e dare conforto materiale e spirituale a tutti i bisognosi

indistintamente: a differenza delle altre opere pie i regolamenti per

l’ammissione erano banditi e nessun diseredato che chiedeva aiuto era

respinto. Teresa Michel divenne “la Madre” per le compagne e per gli

emarginati che accoglieva. Nel Piccolo Ricovero inaugurato ufficialmente

l’anno successivo, nel 1894, veniva creata una scuola per bambini poveri,

poi un asilo, tutti lavoravano gratuitamente in quell’“arca di Noè” dove i

ricoverati rappresentavano un campionario completo dei mali materiali e

morali, conseguenza della miseria, del degrado, della sottoalimentazione:

“[…] Lei si affannava a cercare le vittime più compassionevoli della sorte,

i disgraziati cui la natura era stata crudelmente matrigna: bambini

deficenti, vecchie senza pane, inabili al lavoro, decrepiti, donne

cadute…”(10).

Il Piccolo Ricovero si dibatteva nelle difficoltà finanziarie, la Madre e

le sue compagne percorrevano le vie cittadine, le strade dei sobborghi e

si spingevano anche più lontano per chiedere l’elemosina per la loro

comunità. I contadini offrivano sacchi di grano e di granturco, i ricchi

benefattori di città facevano offerte in denaro o in natura come

Giuseppe Borsalino, il maggior imprenditore, che donò a Madre Michel

l’asinello per elemosinare.

Incurante delle maldicenze, con le sue compagne percorreva le vie su

un carretto che trasportava i beni materiali ottenuti con la questua.

Chiedere l’elemosina per i poveri da parte di una signora borghese che

aveva rifiutato tutti i segni esteriori del privilegio, suscitava scandalo,

veniva giudicato da molti un comportamento indecoroso. Erano gli anni

della repressione crispina contro il movimento operaio. Lo scontro tra

cattolici “clericali” e socialisti era incandescente. I primi accusavano i

socialisti di diffondere l’empietà e l’immoralità dei costumi e questi

ribattevano che preti, frati e monache erano sfruttatori del popolo,

succubi dei potenti. In questo clima politico arroventato chi, come

Madre Michel, aveva fatto una scelta di campo, religiosa e sociale, così

chiara, cosi netta, quotidianamente visibile nell’orizzonte cittadino, la

scelta di stare dalla parte degli ultimi tra i diseredati, creava imbarazzo e

disagio in quei settori clericali disposti ad allearsi con la classe dirigente

liberale per fare argine contro i socialisti. Mendicare per i poveri

assumeva poi anche un significato di tacita contestazione nei confronti

della legge del 1890 sul controllo statale della beneficenza, varata da

Francesco Crispi che faceva dell’accattonaggio un reato, senza peraltro

stabilire finanziamenti per ridurre le cause del pauperismo dilagante (11).

La questua aveva comunque una lunga tradizione negli ordini

femminili impegnati nella carità e la Madre del Piccolo Ricovero, nel

fondare il suo carisma su questa pratica religiosa, sembrava seguire

l’esempio dato cinquant’anni prima da Jean Jugan: la suora che aveva

fondato la Congregazione delle Petites Soeurs des Pouvres aveva

elemosinato per tredici anni nell’ovest della Francia e qui giungeranno a

questuare anche le consorelle della Madre alessandrina spingendosi sino

a Lourdes (12).

La vita dentro le mura dei conventi si addiceva agli ordini

contemplativi. Uscire in strada significava allargare la rete della solidarietà

intorno al Piccolo Ricovero ed anche tenersi in contatto, affermare la

vicinanza fisica, con i luoghi in cui i poveri soffrivano, vagabondavano,

lottavano per sopravvivere, cercavano lavoro e anche infrangevano le

leggi penali.

Alessandria era chiusa nel cerchio dei bastioni, economicamente

oppressa dalle servitù militari, nei pittoreschi e malsani quartieri popolari

mancavano l’acqua potabile e i servizi igienici, si moriva di polmonite,

tifo, vaiolo, tubercolosi. Nel quartiere dell’Arzola, una colonia agricola

dell’ospedale psichiatrico ospitava un centinaio di pellagrosi e alcolisti.

Nelle fabbriche, cappellifici e argenterie, molti lavori erano stagionali,

aumentavano gli artigiani in fase di proletarizzazione, una miriade di

attività di servizio gravitava intorno ai mercati rionali, all’edilizia: si

trattava di lavori precari che attiravano la folla di emarginati e sradicati

che fuggivano dalla miseria contadina (13).

Tutte le mattine la Madre con le suore, le volontarie laiche e tutti gli

ospiti del Piccolo Ricovero raggiungeva il Duomo per pregare per i

generosi benefattori davanti alla Madonna della Salve e per ascoltare la

Messa finché, per motivi di ordine pubblico, fu decisa la costruzione

della Chiesa di Sant’Antonio, una cappella interna al Piccolo Ricovero.

Con il suo attivismo incessante, non incompatibile con il sereno e

fiducioso abbandono alla divina provvidenza, Madre Michel era insieme

alla sua comunità una presenza che attirava la solidarietà, l’ammirazione

ma anche i commenti che disapprovavano i suoi metodi di gestione del

ricovero. C’era poi una ostilità culturale a capire ed accettare la novità

costituita da una donna che, pur nelle vesti umili di terziaria francescana,

infrangeva alcuni tabù che riguardavano il ruolo femminile perché “[…]

ogni donna che si fa vedere si disonora […] il nome di una donna deve

essere impresso soltanto nel cuore di suo padre, di suo marito, dei suoi

figli e dei suoi poveri altri suoi figli…” (14).

Negli ultimi anni dell’Ottocento, Madre Teresa Michel e altre donne

della borghesia, pur nella diversità di orientamenti politici e di scelte

ideali condividevano la mobilitazione nel lavoro di redenzione sociale in

cui portavano un nuovo spirito di indipendenza, di consapevolezza, di

intraprendenza, di dedizione totale, tutte novità che suscitavano

perplessità e timori. Nell’estate del 1896 Teresa Michel con il carretto

trainato da un asinello giungeva nel Biellese per raccogliere offerte e qui,

a Villa del Bosco, fondava il primo nucleo dell’ospedaletto di

Sant’Antonio.

Lo stesso anno, ad Alessandria, dopo dodici anni si concludeva il

lungo ciclo amministrativo dominato dal sindaco Pietro Moro e dal

gruppo di amici della famiglia Grillo che avevano ricoperto importanti

incarichi in consiglio comunale: un’inedita coalizione liberalclericale

conquistava alle elezioni amministrative la guida del comune, con il

sindaco Enrico Fortunato.

Proprio lo stesso anno i familiari della Madre, membri di quella che

era stata un’oligarchia onnipresente nella direzione della vita cittadina,

“spaventati dai debiti che aveva fatto per aiutare i poveri” (15), si

rivolsero al vescovo Pietro Giocondo Salvay perché facesse chiudere il

Piccolo Ricovero di Alessandria trasferendo gli ospiti al Cottolengo di

Torino. Dopo quasi quattro anni di travagliata esistenza, lo scioglimento

della comunità di via Faà di Bruno sembrava ai familiari l’unico modo

per mettere fine ad una storia che anche una parte della città aveva

accolto con sconcerto e disappunto crescenti mentre cominciavano a

circolare voci malevole anche su alcune compagne di Madre Teresa. I

parenti erano preoccupati per il patrimonio di famiglia prosciugato da

quest’opera di carità e dai debiti che erano stati accumulati. Il vescovo

approfittava dell’occasione che gli veniva offerta per mettere sotto tutela

la Madre e la sua comunità in vista della trasformazione in congregazione

religiosa.

Micheline” e “Borsaline”: le donne tra assistenza e lavoro

L’intervento di don Luigi Orione, che nello stesso periodo a Tortona

aveva intrapreso, sulle orme di don Bosco, il suo apostolato sociale per

l’istruzione dei ragazzi del proletariato e per la creazione di collegi a

favore delle vocazioni povere, fu decisiva: le offrì i locali per il

trasferimento del ricovero a Tortona. Poi, con la mediazione della curia,

Madre Teresa poté rimanere nella sede originaria e la chiusura fu

definitivamente scongiurata. Don Orione divenne direttore spirituale

della Madre e della sua comunità con l’incarico di traghettare quella

“piccola navicella” verso la trasformazione in congregazione religiosa, un

passaggio che farà emergere le divergenze tra don Luigi e Madre Michel

decisa a difendere la sua creatura da cambiamenti che potevano

snaturarne il carattere innovativo.

Monsignor Villa, futuro vicario generale di Alessandria, nella lettera

del 23 settembre 1896 a don Luigi Orione era stato esplicito: “[…] il

Vescovo acconsente che lei faccia quello che crede per l’Istituto Michel.

Subito si intenda con Donna Teresa e sia fermo sul regolamento e sulla

necessità di fare il noviziato. Obblighi Donna Teresa a stare qui con le

nuove venute…”(16).

Da parte sua “Donna Teresa”, ai rimproveri di esser troppo

indipendente, laica, individualista, ancora condizionata da una mentalità

da dama di carità borghese che vuol prendere decisioni in modo

personalistico sfruttando la rete delle proprie conoscenze e amicizie per

trovare sostegni economici, ribatteva con piglio imprenditoriale, con un

richiamo frequente a quella libertà che sembrava contraddire le ripetute

dichiarazioni di sottomissione e obbedienza: “É col materiale che

dobbiamo comperare la nostra libertà” (17).

Nonostante gli attriti e le divergenze riguardanti la regola della nuova

congregazione che madre Teresa avrebbe voluto semplice, essenziale,

“alla buona”, il rapporto con don Luigi Orione, testimoniato anche nelle

sue asperità dall’epistolario, cresceva invece in piena sintonia nel campo

del cristianesimo sociale attraverso la collaborazione ad iniziative a

favore di operai, giovani lavoratori, nella Torino agli albori

dell’industrialismo. Le compagne di Teresa, suore e laiche, andavano a

dare il loro contributo alla nascita di società di mutuo soccorso come la

“Casa dei giovani operai” o degli “artigianelli”, diretta a Torino da

Agostino Balma, collaboratore di don Luigi Orione.

Intanto la vedova Michel metteva in moto la sua rete di conoscenze

borghesi per trovare appoggi e finanziamenti. Il Piccolo ricovero usciva

dai confini alessandrini e proliferano nuove case con annessi laboratori

anche fuori dal territorio provinciale. Nella cintura torinese a Nichelino

nacque la “Casa dei Santi Angeli” per bambini orfani, dove vennero

trasferiti anche gli ospiti maschi del Piccolo ricovero alessandrino in

ottemperanza alla legge sull’assistenza e alle disposizioni ecclesiastiche

che vietavano di dare ospitalità nelle stesse istituzioni a maschi e

femmine (18).

Così il Piccolo ricovero della Divina Provvidenza di Alessandria, già

negli anni che precedevano la sua trasformazione in congregazione

religiosa, percorreva la via di una progressiva femminilizzazione,

rivolgendo il suo lavoro sociale a tutte le categorie dell’emarginazione:

orfane, trovatelle, disabili, donne colpite da patologie discriminanti come

l’epilessia o con handicap fisici o psichici, anziane non autosufficienti.

Accanto alla questua, alle offerte dei pii benefattori, i proventi derivanti

dal lavoro svolto da suore e ricoverate, compresa l’assistenza domiciliare

dei malati, diventavano un importante introito per il finanziamento della

comunità.

L’attenzione rivolta all’attività lavorativa negli appositi laboratori

annessi alle numerose case che nascevano anche fuori da Alessandria si

concretizzava in una particolare sensibilità al problema del lavoro delle

donne che, in un’ottica condivisa non solo dal cattolicesimo sociale, si

voleva circoscrivere in ambienti protetti.

Come nell’Inghilterra vittoriana solo una segregazione vigilata poteva

salvaguardare l’onore femminile e seguendo un’analoga opinione erano

sorti anche nel resto d’Europa laboratori di cucito diretti da dame

caritatevoli e da suore. In questo ambito rientrava l’assistenza, la

protezione materiale e morale rivolta alle giovani operaie che entravano

in fabbrica e affrontavano secondo un’opinione largamente diffusa, un

ambiente pericoloso perch�� fonte di corruzione.

Teresa Michel tesseva la sua rete di collaborazioni esterne anche in

questo settore meno noto della sua attività di solidarietà sociale,

rivolgendosi sia pur marginalmente ai problemi che riguardavano

l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro di fabbrica. Entrava infatti

in contatto con Carolina Beltrame, un’insegnante di catechismo che

aveva fondato un laboratorio per ragazze povere intenzionate ad

imparare un mestiere: nacque così il “Laboratorio dell’Immacolata”.

Quando i locali divennero insufficienti Carolina Beltrame chiese aiuto a

madre Teresa Michel che divenne sua collaboratrice fondando una

società di mutuo soccorso per apprendiste e operaie disoccupate(19).

Nella maggiore fabbrica della città, il cappellificio Borsalino, le

operaie cominciavano ad incarnare un modello di emancipazione

femminile di massa derivante dalla condivisione dei comuni spazi di

lavoro con gli operai maschi, dalla conquista di una maggior sicurezza ed

autonomia nei rapporti interpersonali che erano anche una conseguenza

dell’uscita dagli spazi protetti domestici in cui la donna era stata

precedentemente confinata. Al contrario l’universo femminile a cui si era

dedicata madre Teresa Michel con le sue consorelle rivelava l’altra faccia

della medaglia, quella della marginalità, della discriminazione,

dell’esclusione di tante donne vittime della malattia, dei pregiudizi,

dell’abbandono: a questi problemi che rimanevano urgenti e che la classe

dirigente aveva rimosso, il maternalismo innestato sulla devozione

religiosa di Teresa Grillo Michel aveva dato una risposta concreta,

innovativa anche se cresciuta su una tradizione di filantropia

ottocentesca borghese.

Si formavano così due categorie antitetiche e due neologismi: le

“Borsaline”, donne che apparivano spigliate, disinvolte, fin troppo sicure

di sé per una società provinciale che rimpiangeva le tradizioni patriarcali

del mondo contadino e, sul versante opposto, le “micheline”, bambine

orfane e trovatelle accolte ed educate nell’Istituto della Divina

Provvidenza e ancora richieste negli anni Cinquanta per accompagnare i

cortei funebri, anche esse sono entrate nell’immaginario collettivo degli

Alessandrini meno giovani per indicare tutto ciò che le Borsaline non

erano : “[…] durante il tragitto fino al quartiere di Rovereto, mentre i

parenti sostenevano la bara, il prete continuava a pregare e le ragazze che

fin da bambine venivano educate nell’Istituto della Divina Provvidenza,

aprivano la strada. Queste ragazze avevano tutte una capigliatura molto

particolare, caschetto con frangetta corta e un carattere debole,

remissivo, ‘prostrato’…”(20).

“Micheline” e “Borsaline” sono due comunità di donne entrate nella

storia di una città di provincia, come espressione dei suoi mali sociali e

della sua aspirazione al cambiamento, alla modernizzazione che alla fine

dell’Ottocento era rappresentata dalla sua fabbrica simbolo. “Micheline”

e “Borsaline” rinviano anche ai due personaggi e ai due contesti familiari

e sociali che hanno rappresentato modi diversi di intendere gli interventi

per fare assistenza sociale, seguendo una vocazione di maternità

coniugata alla fede religiosa nel caso di Teresa Grillo Michel oppure

interpretando un pragmatico filantropismo imprenditoriale come nel

caso di Giuseppe Borsalino e del figlio il senatore Teresio.

Tre avvenimenti, nel 1899, sembrano suggellare in Alessandria la fine

della beneficenza, della carità ottocentesca, e aprire scenari nuovi per

quanto riguarda il modo di intendere la solidarietà, l’assistenza sociale e il

rapporto tra classi subalterne, classi dirigenti e ceto imprenditoriale. Nel

mese di aprile Giuseppe Borsalino decideva l’apertura dell’ Educatorio

per i figli delle sue operaie e dei suoi operai, a giugno per la prima volta

una coalizione democratico-socialista conquistava la guida

dell’amministrazione comunale.

L’otto gennaio 1899, Teresa Grillo Michel con otto compagne

prendeva il velo e dava vita al primo nucleo della Congregazione delle

Piccole suore della Divina Provvidenza. La discendente di una potente

famiglia borghese, che aveva controllato per quasi mezzo secolo i gangli

della vita pubblica cittadina, una piccola dinastia, tanto da meritarsi il

soprannome di “Casa Giulia” (21), dopo qualche esitazione prendeva i

voti religiosi assumendo il nome di suor Maria Antonietta: il nome della

Vergine unito al nome della propria madre morta poco prima del marito,

quasi a sottolineare quel bisogno di portare la maternità nel sociale a

favore dei più sventurati; il culto dell’Immacolata Concezione, la

riscoperta e la valorizzazione della venerazione popolare della Madonna

della Salve, erano alcuni cardini della regola della nuova congregazione

che faceva proprio il culto mariano, fortemente sentito dalla cultura

cattolica femminile di fine Ottocento.

Assai significativa era la particolare devozione riservata a

Sant’Antonio dalla Congregazione delle Piccole suore della divina

provvidenza: ad Alessandria era, secondo un’antica tradizione popolare,

il protettore delle ragazze da marito; le “zitelle” a lui si rivolgevano il 17

gennaio per trarne auspici favorevoli al proprio destino matrimoniale che

per le ragazze del popolo doveva mettere fine a lavori precari retribuiti,

come serve od operaie, e consentire loro di rientrare nelle mura

domestiche.

La fabbrica era vista, non solo dagli ambienti cattolici, come un

ricettacolo di vizi e una scuola di perdizione per le ragazze. Ma proprio

dalla fabbrica simbolo di Alessandria, il cappellificio Borsalino, alla fine

dell’Ottocento venivano i maggiori impulsi che mettevano in crisi questa

visione del ruolo femminile, condivisa anche da molti sindacalisti

socialisti che auspicavano il ritorno delle donne al focolare domestico e

un salario più alto per i maschi.

Attraverso il lavoro retribuito, nonostante le discriminazioni salariali

di cui erano oggetto tutte le operaie, anche le Borsaline cominciavano a

sentirsi cittadine, cioè soggetti dotati di diritti proprio in quanto

lavoratrici che percepivano una paga. Erano le prime avvisaglie dello

stato sociale, assistenziale che entrava nella vita delle donne sia pure

mediato dalle forme del paternalismo autoritario di un imprenditore

filantropo.

Nel 1896 nel cappellificio alessandrino, precorrendo i tempi, entrava

in funzione una Cassa pensioni per gli operai ma era con l’Educatorio

che Giuseppe Borsalino dava un contributo al duraturo inserimento della

manodopera femminile nella vita di fabbrica fornendo servizi sostitutivi

alla famiglie operaie per quanto riguarda la cura dei figli. In fabbrica,

grazie al dialettico rapporto tra paternalismo padronale e rivendicazioni

salariali, entrava in crisi il modello dei sussidi caritativi ai poveri e si

apriva lentamente una nuova concezione di assistenza come diritto e non

come elargizione benevola e discriminatoria. Nel 1902 il figlio Teresio,

che era succeduto a Giuseppe Borsalino alla guida dell’azienda, fondava

la “Cassa di soccorso per le malattie degli impiegati e degli operai”. Lo

stesso anno veniva varata in Italia la prima legge sociale di tutela della

maternità che garantiva la conservazione del posto di lavoro alle donne

in attesa di un figlio(22).

Agli albori del nuovo secolo, nei locali squallidi in cui operavano le

suore di Madre Michel si affollavano quelle categorie di donne escluse

dai lavori retribuiti e per questo non beneficiate dalle prime garanzie

dello stato sociale e dalle provvidenze aziendali.

“[…] Queste suore appartengono alla Casa della Divina Provvidenza

di Alessandria in Piemonte - Italia, istituto sorto da vari anni per la carità

di suor Maria Antonietta Michel Grillo e che con vari altri ricoveri ed

ospedali da esso dipendenti attende a lenire i dolori della povere umanità

sofferente. L’Opera della Divina Provvidenza vive della carità pubblica,

raccoglie bambine, orfanelle, poveri, vecchi abbandonati, donne inferme

prive di sostentamento, orfanelli, epilettici, sordo-muti e tanti altri

infelici, per cui si raccomanda di sua natura alla carità di tutti i

buoni…”(23). Con questa presentazione di Don Luigi Orione, nell’estate

del 1900, alcune consorelle della nuova congregazione alessandrina

raggiungono il Brasile per questuare nella comunità di immigrati italiani,

ma l’iniziativa si trasformava subito in un’attività missionaria che l’anno

successivo coinvolgerà anche madre Michel, che così a dieci anni dal suo

ritorno in Alessandria affrontava il viaggio più lungo che la porterà a San

Paolo per intraprendere un’attività missionaria ricca di ostacoli, ostilità ed

incomprensioni, ma coerente con il lavoro sociale intrapreso nella sua

città e aperta ad una solidarietà che rifiutava ogni tipo di discriminazione

con uno spirito che ne fa un’anticipatrice delle più moderne ed

ecumeniche forme di volontariato sociale.

NOTE

1. Franca PIERONI BORTOLOTTI, Alle origini del movimento femminile in Italia,

1842- 1892, Torino, Einaudi, 1963, pp.64-65; Michelle PERROT, Uscire nella

città. Dalla carità al lavoro sociale, in Storia delle donne in Occidente. L’Ottocento, a cura

di Georges Duby e Michelle Perrot, Bari, Laterza, 1991, pp.446-459; Lorenza

LORENZINI, Alessandria. Storia e immagini, Alessandria, Il Quadrante, 1992,

pp.144-145.

2. Marco IMPAGLIAZZO, Poveri e preghiera. La Congregazione delle Piccole Suore della

Divina Provvidenza, Torino, Edizioni San Paolo, 2005; Renato

LANZAVECCHIA, Teresa Grillo Michel. La figura e l’opera, Milano, Rusconi,

1991; Carlo TORRIANI, Madre Teresa Michel fondatrice della Congregazione delle

piccole suore della Divina Provvidenza, Alessandria, Edizioni Ferrari e Occella, 1947;

Michela DE GIORGIO, Le Italiane dall’Unità ad oggi. Modelli culturali e

comportamenti sociali, Bari, Laterza, 1992,pp.5-8.

3. Idem, Il modello cattolico in Storia delle donne, cit., p.167; Riccardo LERA, Roberto

BOTTA, L’Uspidalët. L’Ospedale infantile “Cesare Arrigo” di Alessandria dalle origini

alla seconda guerra mondiale, Recco, ISRAL, Le Mani, 2001, pp.70-79.

4. Marco MERIGGI, Società, istituzioni, ceti dirigenti, in Storia d’Italia. 1. Le premesse

dell’unità, Bari, Laterza, 1994, pp.210-212; Enciclopedia alessandrina. I personaggi,

Alessandria, Il Piccolo, 1990, p.169; L. LORENZINI, Alessandria. Storia e

immagini, cit., pp.142-145; R. BOTTA, R.LERA, L’Uspidalët di Alessandria.

Viaggio tra un archivio perduto e una ricerca possibile, in “Quaderno di storia

contemporanea”, n.24, 1998, Istituto per la storia della Resistenza e della società

contemporanea in provincia di Alessandria, pp.79-96; Renato

LANZAVECCHIA, Alessandria dalle origini agli inizi del secolo XX, Alessandria,

Omnia Media, s.d.( ma 2005), pp.261-272.

5. M. IMPAGLIAZZO, Poveri e preghiera cit., pp.12-13; M. PERROT, Uscire. Dalla

carità al lavoro sociale in Storia delle Donne cit., pp.447-453.

6. Ivi, p.452.

7. Maurilio GUASCO, Storia del clero in Italia dall’ottocento a oggi, Bari, Laterza, 1997,

pp.110-118.

8. M. IMPAGLIAZZO, Poveri e preghiera, cit., pp.34-35.

9. Brunello MANTELLI, Poveri, ladri e supplicanti. Cenni per una storia dell’Ottocento

alessandrino, in “Quaderno di storia contemporanea”, n. 16, 1985-1986, Istituto

per la storia della Resistenza di Alessandria e Asti, pp.37-70.

10. Giuseppe Borsalino 1834-1934, Milano, Istituto Bertieri, 1934, pp.41-43; Gabriella

ZARRI, La memoria di lei. Storia delle donne, storia di genere, Torino, Società Editrice

internazionale, 1996, p.13.

11. M.IMPAGLIAZZO, Poveri e preghiera, cit.,pp.40-41; M. GUASCO, Storia del clero,

cit.

12. M. DE GIORGIO, Il modello cattolico, cit., pp.165-166.

13. Lorenza LORENZINI, La Lega figli del lavoro di Alessandria in Democratici e

socialisti in Piemonte nell’Ottocento, a cura di Patrizia Audenino, Milano, Angeli,

1995, pp. 224-243.

14. M. PERROT, Dalla carit

La tomba di Madre Michel non è nel cimitero di Alessandria ma si trova presso la Piccola Casa della Divina Provvidenza in via Faa di Bruno

Tomba di Madre Teresa Michel
Ritratto di Teresa Grillo - Michel

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