Cimitero Monumentale di Alessandria
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Giuseppe Amato

Canonico della cattedrale (vedi note)

vedi note

LA CATTEDRALE DI ALESSANDRIA Can. Giuseppe Amato Alessandria, 1986 UN PO’ DI STORIA La cattedrale di Alessandria, posta al centro della città, non presenta purtroppo quelle caratteristiche di severa antichità proprie delle chiese cattedrali delle altre città italiane. Per la verità ad Alessandria vi era una cattedrale, e bellissima, che risaliva al sec. XIII, ma fu abbattuta nel 1803 per esigenze militari dal dittatore dell’epoca Napoleone Bonaparte. La prima chiesa cattedrale, col titolo di S. Pietro, era stata fabbricata con la città tra il 1170 e il 1175 sull’area dell’attuale piazza della Libertà. Ma risultando troppo piccola per le esigenze della nuova città fu atterrata e sostituita da un secondo edificio, su disegno dell’arch. Ruffino Bottini di Casale, che la costruì nello stile di transizione lombardo-gotico. La fabbrica iniziatasi nel 1228, era ultimata nel 1297; il campanile incominciato nel 1292 veniva finito soltanto nel 1629; la porta maggiore scolpita da Petrobono veniva inaugurata il 6 aprile 1384. Si ha notizia di un restauro generale nel 1585. Purtroppo questa seconda e bella cattedrale scompariva, come abbiamo detto, nel 1803. Il capitolo, dopo una breve sosta nella chiesetta dell’Annunziata, in Via Urbano Rattazzi, si trasferiva il 19 febbraio 1803 nella chiesa di Sant’Alessandro. Il 17 agosto 1805 otteneva dallo stesso Napoleone, in sostituzione della vecchia cattedrale, la chiesa di San Marco. Questa chiesa in stile gotico con quattro cappelle minori esisteva già nel 1231, affidata ai canonici regolari di S. Martino di Mantova. Passò ai domenicani del B. Salomonio dal 1253 fino al 1794, anno in cui per esigenze militari e poi, soppressi i regolari, fu incamerata dal governo francese, adibendola prima a vari usi, e dopo come quartiere. Il convento attiguo veniva trasformato in prigione correzionale della città e dipartimento. La chiesa di S. Marco, concessa quale nuova cattedrale, era però ridotta in pessimo stato. Fu necessaria una ricostruzione quasi totale e questa, su disegno dell’architetto Cristoforo Valizzone, si effettuò tra il maggio 1807 e il novembre 1810. Si ebbe così una chiesa di stile neoclassico in stridente contrasto con le parti vecchie conservate: cioè il voltone della navata centrale e le colonne. Il 1°dicembre 1810, benedetta dal vicario generale di Casale Monferrato mons. Francesco Salina, era riaperta non più con il titolo di S. Marco, ma di S. Pietro e Marco. Il solenne e processionale trapasso da S. Alessandro in duomo, causa pioggia abbondante, fu però rimandato al giorno seguente 2 dicembre. Negli anni 1874-1879, su disegno del conte Emilio Arboreo Mella, vercellese, si eliminò l’inconveniente del doppio stile, il gotico nella parte vecchia e il neoclassico nella nuova, e si giunse all’attuale architettura in stile bramantesco con cupola dello stesso stile nell’incrocio dei due bracci. Durante questi restauri il capitolo della cattedrale peregrinò prima a S. Stefano (15 giugno 1874) e poi nella chiesa della SS. Trinità in Via Ghilini (23 dicembre 1874).L’attuale decorazione risale al 1926-29 e si fece dopo il terribile incendio che nella notte tra l’1 e il 2 settembre 1925 “tutto sconvolgeva e guastava” nella cattedrale di Alessandrina. Il vescovo S. E. mons. Nicolao Milone si sobbarcava subito il duro compito di portare a “novello splendore il massimo nostro tempio”. E con le offerte degli alessandrini, alle quali si erano aggiunte quelle più vistose di S. S. Pio XI, del comm. Perego Lavagetto, del sen. Teresio Borsalino, nella primavera del 1926 si potevano iniziare i lavori di restauro. La decorazione, in seguito a concorso, veniva affidata al prof. Luigi Morgari; il capo mastro Giuseppe Sacchi, alessandrino, si assumeva l’onere delle opere murarie. Nell’aprile 1929, l’inaugurazione dei restauri, che coincideva così con la celebrazione cinquantenaria dei restauri 1879. L’ALTARE MAGGIORE Nella nostra cattedrale, purtroppo, non possiamo ammirare le artistiche bellezze che ornano i templi antichi, ma pure vi è da rimanere meravigliati di quanto è stato compiuto nel breve spazio degli ultimi cento anni. Dal presbiterio abbracciamo con lo sguardo l’ampia costruzione della chiesa e noteremo facilmente la linea architettonica sobria, ma elegante e proporzionata, per cui si può dire che la cattedrale è veramente un bel tempio sacro. La decorazione oscura in buona parte la bellezza delle linee architettoniche, anche se è considerevolmente la forza e la precisione degli affreschi che sono intercalati nei motivi decorativi. Nel presbiterio, ove si svolgono le principali e più solenni funzioni della cattedrale, campeggia l’altare maggiore. È un’opera recente (inaugurata nel Natale 1954), e anche dopo le modifiche subite per adeguarlo alle norme liturgiche del Concilio Vaticano II, resta imponente per marmi, sculture e per la linea architettonica che si armonizza con le linee del tempio e soprattutto della bella cupola. L’ossatura dell’altare è in giallo onice di Siena; i gradini della base in rosso porfirico; la base della mensa ha nel paliotto bellamente riprodotta in bassorilievo, su marmo bianco di Carrara, la Cena del Vinci, incorniciata da due pregevoli statue di S. Pietro e di S. Pio V. Il tutto è opera dello scultore Sacchelli di Pietrasanta. La mensa è un blocco robusto di giallo senese; con lo stesso tipo di marmo sono stati realizzati i due amboni che hanno sostituito il vecchio pulpito. Le principali modifiche post-conciliari riguardano il tabernacolo: staccata e portata in avanti la mensa, il tabernacolo è stato trasformato in cattedra episcopale fiancheggiata da due sedili in marmo per i canonici assistenti. Inquadrano la cattedra due alti gradini, aventi ciascuno una serie di cinque nicchiette a mosaico dorato intercalate da belle colonnine corinzie. Fu consacrato il 23 dicembre 1954 da S. E. mons. Pietro Gagnor. Il disegno dell’altare è del prof. Luigi Frascarolo, l’esecuzione della ditta Pallavicini di Acqui. Il pavimento, con fasce disposte a rombo, di botticino, giallo mori, verde serpentino, rosso Verona, verde cipollino, risale alla primavera 1948. Abbelliscono il presbiterio 5 vetrate istoriate (inaugurate il 15 aprile 1954), l’organo, due mensole per uso credenza in marmo policromo di stile barocco (trasportate dall’antico duomo). Le vetrate sono state eseguite dal pittore prof. Dalle Ceste di Torino che personalmente ne ha curato anche la messa in opera. In quella centrale vi è raffigurata la Vergine Immacolata e rimarrà a ricordo delle celebrazioni del primo centenario del dogma proclamato l’8 dicembre 1854 dal Pontefice Pio IX. Le altre quattro immagini rappresentano: S. Pio V, S. Baudolino, S. Paolo della Croce, il B. Gregorio Grassi. L’organo, le cui facciate ornano i quattro matronei sovrastanti il presbiterio, fu ordinato l’11 aprile 1927 e veniva inaugurato il 25 marzo 1929 alla presenza delle autorità cittadine, essendo collaudatori il maestro Ferrari Trecate alessandrino, il maestro Amato Giovanni Pagella, il maestro Evasio Lovazzano ed il maestro Amato Giuseppe, organista della cattedrale. Nello stesso giorno veniva dato il primo concerto dal maestro Ferrari Trecate alla presenza di un pubblico enorme, che gremiva la cattedrale e la piazza stessa del duomo. Un secondo concerto si ebbe il 1° aprile 1929 esecutore lo stesso maestro Ferrari Trecate. L’ attuale organo, che dal 1929 era il più moderno della regione piemontese, venne collocato nei matronei sovrastanti le navate laterali del presbiterio, giudicata quella la migliore posizione acustica della cattedrale in rapporto alle esigenze liturgiche. Infatti lo strumento è disposto con vasta area di sonorità in uno sdoppiamento di canne e tubi sonori da permettere la massima vibrazione dell’aria sotto l’impulso delle onde sonore. L’organo funziona a trasmissione elettrica diretta, secondo la più moderna tecnica, ciò che costituisce una prerogativa della casa costruttrice Balbiani - Vegezzi Bossi. Questa realizzazione rappresenta una ulteriore opera del Bossi, il più grande organaro vissuto dopo il Serassi, che ha saputo acquistarsi nell’Italia e all’estero il massimo prestigio: basti ricordare che negli Stati Uniti già nel 1927 impiantava organi colossali a 5 tastiere di oltre 100 registri. Il nostro organo ha 45 registri sonori e 50 registri meccanici che formano un complesso di 95 comandi, conta 3.245 canne e viene suonato dal coro o dal presbiterio con una consolle mobile e trasferibile a piacimento, ha 3 tastiere di 58 note ciascuna e pedaliera di 30 note. La registrazione predominante è quella dei ripieni e dei fondi classici dei veri organi da chiesa, non mancano però le moderne registrazioni di effetto orchestrale. Dietro l’altare maggiore si può ammirare il coro in legno intarsiato su cui campeggia un magnifico quadro su tela, recentemente restaurato rappresentante S. Pietro con la tiara e i paludamenti tra i Santi Paolo e Giovanni Battista, due Angeli sorreggono il baldacchino ed un terzo suona la mandola. Ne è autore Callisto da Lodi (1546). Il coro è in stile barocco (sec. XVIII) di forma circolare con due ordini di stalli. Apparteneva già alla chiesa delle Monache di S. Anastasio in Asti; venne donato alla cattedrale da Angelo Massola, il quale pagò pure le spese di installazione (circa 700 franchi). Nel 1876 il restauro degli stalli del coro che ormai parevano inservibili

fu affidato a Vincenzo Calderoni abilissimo intagliatore di Alba (si spesero L. 6.300). Nei riquadri dell’abside vi sono delle scene della vita di S. Pietro eseguiti ad encausto nel maggio 1887 dal pittore cav. Costantino Sereno. La somma convenuta di Jachino, Borgogno, Berta, Prelli, Barella, Pollastri, Roncati, Villa. Le pitture sono di mediocre fattura, certamente inferiori al valore del Sereno, il quale non curò per nulla questa sua opera. LA CUPOLA Nell’incrocio della navata centrale col braccio trasversale, si innalza bella ed agile una cupola a base ottagonale, ornata all’esterno di una elegante galleria e nell’interno di 24 nicchie attorno al timpano. Disegnata dall’architetto conte Arborio Mella, in un secondo tempo venne scelta ad ospitare 24 statue di ottima fattura rappresentanti i 24 santi protettori della Lega lombarda. Furono donate per iniziativa della Gioventù cattolica italiana delle suddette città nel settimo centenario della vittoria di Legnano (29 maggio 1176) e furono inaugurate il 26 aprile 1879. Alla cerimonia erano presenti ben 10 Vescovi: Mons. Pietro Giocondo Salvaj (Alessandria); Celestino Fissore (Vercelli); Stanislao Eula (Novara); Andrea Formica (Cuneo); Pietro Giuseppe De Gaudenzi (Vigevano); Giuseppe Maria Sciandra (Acqui); Emiliano Manacorda (Fossano); Fr. Enrico Gaio (Bobbio); Fr. Placido Pozzi (Mondovì); Giovanni Battista Scalabrini (Piacenza). Sotto le nicchie vi è un epigrafe dedicatoria, dettata da P. Antonio Angelini, gesuita. ANN. MDCCCLXXIX. PIO. IX. PONTIFICE. MAXIMO. XXIV. CIVITATES. ITALIAE. CONSTITUERUNT. MONUMENTUM. VICTORIAE. QUAM. FOEDERE. ICTO. SANCTIS. PATRONIS. AUSP. APUD. LIGNANUM. DE. FRIDERICO. IMPERATORE. SUNT. CONSECUTAE. IV. KAL. JUN. A. MCLXXVI. ALEXANDRO. III. PONTIFICE. MAXIMO. “Nell’anno 1879 essendo Pontefice Massimo Pio IX, 24 città d’Italia costituirono questo monumento della vittoria che esse riunite in Lega sotto gli auspici dei Santi Patroni conseguirono presso Legnano contro l’Imperatore Federico il 29 maggio 1176 sotto il pontefice massimo Alessandro III”. LA DECORAZIONE L’attuale decorazione della Cattedrale risale, al periodo 1926-29. Formata da linee di carattere cinquecentesco, essa accompagna e completa la linea architettonica. Numerose figure, per la maggior parte in affresco, l’arricchiscono e la rendono consona ad un grande tempio. Le varie figurazioni che compongono la decorazione sono dovute per la maggior parte al prof. Luigi Morgari. Alcune del prof. Gamba, risalgono al restauro del 1874-79 e furono conservate perché ancora in buono stato. I MEDAGLIONI Incominciamo dai medaglioni. Sopra il cornicione dell’abside, in stile moderno tendente al barocco, vi sono le figure di Mosè, Davide e Melchisedech, da attribuire al Morgari, 1928. Nella medesima inquadratura vi erano già 5 tele del Gamba danneggiate dal tempo e soprattutto dall’incendio, rappresentanti S. Pio V (Papa alessandrino), S. Baudolino (patrono della diocesi), S. Valerio (compatrono), S. Carlo Borromeo arciv. di Milano (da cui la diocesi di Alessandria fu dipendente per tanto tempo) e S. Paolo della Croce di Castellazzo Bormida. Altri quattro medaglioni sono nelle vele della volta sovrastante l’altare maggiore. Raffigurano 4 angeli portanti rispettivamente le chiavi, la tiara, la croce papale, le catene di S. Pietro. Sotto la cupola, si possono osservare quattro pennacchi: la Fede, la Speranza, la Carità, la Religione. Sono quattro magnifiche figure realizzate dal Gamba (1877-78) e rinfrescate dal Morgari nel 1928. In questi dipinti si manifestava l’arte del Gamba che si rifaceva ai caratteri del XVI sec.. Degni di nota sotto gli archi della cupola, i quattro medaglioni e le quattro lunette che rappresentano nell’ordine: S. Gerolamo e S. Giovanni Ev. con l’aquila; S. Gregorio Magno e S. Marco con il leone; S. Ambrogio e S. Matteo con l’Angelo; S. Agostino e S. Luca col bue. Sono del Gamba, il Morgari li rinfrescò nel 1927. Completano la serie dei medaglioni quelli dipinti dal Morgari nei due bracci trasversali: S. Baudolino, il B. Guglielmo Zucchi, S. Paolo della Croce e S. Brunone da Solero. GLI AFFRESCHI Nella volta della navata centrale vi sono tre grandiosi affreschi del Morgari. Nel centro del presbiterio campeggia S. Pietro in gloria. Il santo è ritratto in atto di preghiera rivolta a Dio Padre in favore della città di Alessandria, che si vede nello sfondo e si distingue per l’alto campanile del duomo.

Il vasto campo è occupato da un vago contorno di angeli. Seguendo la navata, si inquadra nella decorazione un altro grande affresco. Rappresenta S. Pietro che in compagnia di S. Giovanni Ev. guarisce miracolosamente uno storpio presso la Porta Speciosa del tempio (At 3, 1-11). Un secondo affresco ritrae S. Pietro mentre smaschera Simon mago, facendolo precipitare a terra dall’altezza a cui si era elevato per virtù diabolica. Nelle vele della navata centrale dove si trovano grossi medaglioni con vasi e fiori, secondo la concezione del Gamba si avevano delle raffigurazioni simboliche. Andarono distrutte dall’ultimo incendio, così come fu gravemente danneggiata la decorazione (1877-79), sobria e seria del vercellese Carlo Costa. Si notano anche gli angeli nei peducci della volta che mentre servono a dividere gli scomparti architettonici, presentano nelle cartelle che tengono in mano, l’elenco delle tre virtù teologali: Fides, Spes, Charitas; delle quattro virtù cardinali: Prudentia, Justitia, Temperantia, Fortitudo; alle quali si aggiunge la Religio. In questa navata, sotto gli archi di sostegno della cupola, il Morgari (1927) dipinse in chiaro scuro ad imitazione terracotta, quattro composizioni di carattere simbolico. Verso l’altare maggiore vi è simboleggiata la regalità di Cristo. Nel mezzo sorge il monogramma del Cristo sormontato dalla corona regale. All’interno tre angeli: uno spezza sul ginocchio la spada, l’altro sostiene lo scettro, il terzo porta un ramo d’ulivo. Il simbolo è sintetizzato nella scritta: “Pax Christi in Regno Christi”. Verso l’altare della Salve si trova simboleggiata l’Eucaristia. Gli angeli adorano l’Ostia santa racchiusa in una ricca raggiera, rivolgendo un accorato invito: “Venite adoremus”. Dal lato dell’altare di S. Giuseppe sono raggruppati alcuni simboli dell’Antico Testamento: le tavole della legge, il serpente di bronzo e l’altare con un vaso contenente la manna. La dicitura ci porta alla realtà del Nuovo Testamento: “Panem coeli dedit eis”. La quarta figura al disopra del pulpito rappresenta la visione apocalittica dell’Agnello: l’Agnello svenato è sull’altare contornato da angeli in adorazione: la didascalia ripete: “Ecce Agnus Dei qui tollit peccata mundi”. Sulle facciate delle cappelle maggiori vi sono due grandi lunette. Quella della cappella della Salve raggruppa tre soggetti: in centro troneggia la B. Vergine col Bambino Gesù; a destra è ritratto S. Pio V coi simboli della vittoria di Lepanto; a sinistra sono raggruppati i crociati, il podestà di Alessandria Alberto Fontana e Opizio De Reversatis in atto di offrire la reliquia di S. Croce. Sul frontone della cappella di sinistra è invece raffigurato il Transito di S. Giuseppe presenti Gesù e Maria SS.: un angelo prega in ginocchio. Esecutore di questo affresco fu il Gamba (1878), ma venne rinfrescato e leggermente modificato dal Morgari nel 1927. Sul portone d’entrata in una grande lunetta, che riempie tutta la parete, il Morgari (1927) accostò due avvenimenti importanti nella storia della città. Alessandro III nella cattedrale di Benevento, circondato dalla Corte pontificia, accetta solennemente le chiavi della città di Alessandria fatta dai due consoli Rufino Bianchi e Biagio Brasca. Nella parte sinistra vi è invece il notaio che redige l’atto di nomina del primo vescovo di Alessandria, Arduino. Questi è assistito dal metropolita S. Galdino, arcivescovo di Milano. Nella fascia di contorno si leggono le date dei due avvenimenti: MCLXX FIDELITATEM RECIPIT MCLXXV EPISCOPATUM ERIGIT. Il tutto è sormontato dallo stemma di Alessandria. Ai piedi il nome del grande Pontefice, che è strettamente legato alla fondazione di Alessandria: ALEXANDER PP. III. Sotto la lunetta, nel 1928, il Morgari fu invitato a riprodurre l’effigie del Sommo Pontefice Pio XI. Veniva fatto in attestato di riconoscenza al S. Padre, che fu il primo oblatore (£ 50.000) per i restauri della cattedrale danneggiata dall’incendio del 2 settembre 1925. Il fuoco aveva distrutto completamente l’organo che si trovava contro la parete di fondo e aveva danneggiato tutta la navata centrale. Ricordando l’atto munifico di S. S. Pio XI, il pensiero corre all’altro atto pure generoso del Pontefice Pio IX dopo l’incendio del 1876. Le signore di Alessandria avevano umiliato ai piedi del S. Padre per mezzo del concittadino il card. Bilio, una supplica in cui era esposto il caso miserando dell’incendio e lo zelo onde si raccoglievano le offerte sia per riparare i danni di questo, sia per i restauri del duomo. Gli si raccomandavano per un sussidio, che il S. Padre sull’istante accordava, mandando a questo fine allo stesso card. Bilio la somma di £. 2.000 e la sua paterna apostolica benedizione (maggio 1876). Nel 1878 poi inviava una medaglia e un magnifico cammeo per la lotteria pro restauri. Il cammeo venne riscattato dalle signore del comitato per appenderlo al collo della B. V. con una funzione speciale il 15 marzo 1879. Nella stessa circostanza la march. Eugenia Guasco di Bisio offriva un ricco manto da ornare l’Augusta Effigie. LE CAPPELLE Le cappelle che ornano il duomo sono 10, compreso il Battistero. Si inizia la descrizione partendo dalla cappella del SS. Crocifisso, a destra entrando nella cattedrale. Si concluderà con la cappella del Battistero. Cappella del SS. Crocifisso Una cappella con questo titolo esisteva già nel vecchio duomo. Era la terza entrando a destra, di patronato della famiglia Varzi Castellani de Merlani. In essa avevano il loro sepolcro di famiglia ed era di loro spettanza il canonicato di S. Bartolomeo eretto nella stessa cappella. L’icona della cappella era formata da un crocifisso in mezzo rilievo di marmo, che con la demolizione dell’antica cattedrale venne trasportato e murato tra le due porte che dalla chiesa portano alla sacrestia attuale. Questo crocifisso, con S. Giovanni Ev. in piedi alla sinistra e un devoto genuflesso alla destra, era secondo l’uso del tempo, incorniciato da motivi ornamentali in marmo. È un’ottima scultura di stile classico della fine del XVI sec. L’attuale cappella è rimasta invariata dalla sua costruzione nel 1810 ad oggi. La decorazione è stata curata dalla famiglia Valsecchi tanto nel 1810 come nel 1879. Ciò risulta da una lapide in marmo bianco posta sopra la parete laterale a sinistra della cappella. “JESU CHRISTO D. N. CRUCIFIXO / DICATUM / SACELLUM / DEFORMANDUM ADORNANDUMQ. / VALSECCHI SANTUS / L. LIBENSQ. / DE SUO CURAVIT / A.S.R. MDCCCX / EIUSQUE FILI / SANTUS ANTONIUS JACOBUS / SUMTIBUS SUIS RESTAURARUNT / ANNO MDCCCLXXIX”. (Valsecchi Santo con compiacente volontà pensò alla spesa della costruzione e decorazione di questa cappella dedicata al Signor Nostro Gesù Cristo Crocifisso, nell’anno della redenzione 1810. I suoi figli: Santo, Antonio, Giacomo, a proprie spese restaurarono nell’anno 1879). L’altare è in marmo, di stile bramantesco e venne costruito nel 1878-79; il pavimento è in mosaico. Nell’agosto del 1895 furono posti i cancelli alle due gradinate per disciplinare l’accesso al crocifisso miracoloso. Il crocifisso che forma l’icona dell’attuale cappella, esisteva già nel sec. XI nella chiesa di S. Maria di Castello ed è tuttora oggetto di grande venerazione. Nel vecchio duomo si trovava tra la cappella della Madonna dell’Uscetto ed il campanile, in un atrio abbastanza ampio che portava all’esterno. In questo atrio, artisticamente dipinto e decorato, vi era il crocifisso “quod inibi magna civium et advenarum frequentia et religione colitur” (Che è venerato con pietà e frequenza da numerosi cittadini e forestieri). Ai lati del crocifisso ardevano giorno e notte due lampade, fornite e alimentate dalla generosità dei fedeli. Mons. Mercurino Arborio Gattinara nella Visita pastorale del 1730 aveva constatato che i fedeli, per una pietà sbagliata, andavano asportando delle piccole schegge di detto crocifisso. Ordinava perciò di provvedere nel miglior modo possibile per impedire un ulteriore danno alla immagine. I fabbricieri non trovarono allora che un modo: ricoprire con una lamina di rame dalla vita ai piedi il crocifisso. Così si spiega il parziale rivestimento del Cristo. Nel 1734 l’immagine del crocifisso veniva riprodotta con incisione di rame e diffusa in tutti i paesi della diocesi alessandrina con la seguente iscrizione: “VERA EFFIGIES / SANCTISSIMI CRUCIFIXI / QUI COLITUR IN ECCLESIA CATHEDRALI ALEXANDRIAE / ILL.MO ET REV.MO DD. MERCURINO ARBOREO GATTINARAE EPISCOPO VIGILANT.MO / DEDICATA ANNO MDCCXXXIV (Vera effigie del Santissimo Crocifisso che si venera nella chiesa cattedrale di Alessandria, dedicataall’illustrissimo e reverendissimo Mons. Mercurio Arborio Gattinara Vescovo, nell’anno 1734). Il Rossi, che nel 1877 nuovamente disegnò e litografò l’effigie miracolosa, ne fa la seguente descrizione: “Chi ben osserva l’espressione del volto del crocifisso, pare di ravvisare in esso le sembianze del buon Pastore, quando parlava quel linguaggio si attraente e si celeste alle turbe della Palestina. Il resto contraffatto ed annerito dai secoli, e vestito dalla cintura in giù di lastre di metallo, presenta proporzioni ancora regolari e discretamente condotte, considerata l’epoca dei tempi per l’arte in piena decadenza”. Il 6 aprile 1933, per l’occasione del XIX Centenario della grande opera della Redenzione, insieme alle SS. reliquie della passione di N. S. Gesù Cristo, venne solennemente esposto sull’altare maggiore anche questo miracoloso crocifisso. Nella cappella, dono ancora della famiglia Valsecchi, vi sono 4 artistiche tele di ignoto, attribuite dai competenti alla scuola del Bassano (Jacopo da Ponte - fine 1500). Rappresentano: il presepio; l’adorazione dei Magi; la purificazione; la fuga in Egitto. Alla sommità della doppia scalinata sono state riportate dal vecchio duomo due statue in marmo, stile barocco, raffiguranti S. Pio V e S. Baudolino. Si trovano sull’altare maggiore insieme ad un crocifisso pure in marmo bianco, sorretto da angeli, che ora è riposto in una nicchia centrale dell’ambulacro dietro l’altare maggiore. Cappella di S. Pio V Questa cappella nel 1810 fu intitolata a S. Filomena. Con i restauri del 1879 scomparve il vecchio titolo e fu sostituito da quello di S. Pio V. La tela che rappresenta il santo Pontefice in gloria, è del pittore alessandrino Francesco Mensi (nato a Grava: 1800-1888), che ne fece dono alla cattedrale di Alessandria inviandolo da Firenze nel 1828. Il quadro fu ritoccato dallo stesso autore nel 1878. Nei restauri del 1879 S. E. mons. Giocondo Salvaj provvide alla decorazione di questa cappella. In seguito, nel 1899, venne esposto un sottoquadro raffigurante il S. Cuore del Batoni, dono del can. Carlo Borgogno, e qui si svolsero le funzioni in onore del S. Cuore fino al 1930, anno in cui si fissò per lo stesso scopo altra cappella. L’altare è in legno ed il pavimento a mosaico. In questa cappella esiste pure il quadro di S. Ugo Canefri della Sacra religione ed illustrissima Milizia di S. Giovanni Gerosolimitano (nato in Alessandria nel 1170 e morto nella Commenda di S. Giovanni Prè in Genova l’8 ottobre 1233). È l’ingrandimento fotografico di una vecchia incisione, che lo rappresenta in primo piano vestito del manto della milizia Gerosolimitana, e in secondo piano mentre compie il miracolo di far scaturire acqua da una roccia e mentre con segno di croce calma la tempesta per cui era pericolante una nave. Venne eseguito in occasione delle feste del 7° centenario dalla morte e celebrato in cattedrale nell’ottobre del 1933. Cappella di S. Giovanni Nepomuceno La cappella, che dal 1810 al 1874 era dedicata ai S. Crispino e Crispiniano, ora porta il titolo di S. Giovanni Nepomuceno. L’icona che rappresenta il santo è una tela del 1700; la decorazione venne fatta a cura del capitolo che aveva scelto il santo quale protettore. Il sottoquadro rappresenta la Madonna col bambino, detta volgarmente la Madonna dell’Uscetto, perché nell’antico duomo era sistemata presso l’uscio laterale della chiesa. È di stile bizantino e appartiene al sec. XII. Comparve in Alessandria nel 1542, portata in duomo da uno sconosciuto: si pensa che sia stato un ladro pentito. In questa cappella vi è pure un quadro rappresentante le anime del purgatorio, che attira molto la devozione dei fedeli. Artisticamente però di scarso valore. L’altare in marmo bianco è di stile barocco, il pavimento a mosaico. Cappella del S. Cuore di Gesù Dal 1810 fino al 1930 la cappella fu intitolata a S. Tommaso da Villanova. Nella nicchia vi era, del santo, una scadentissima statua in legno, e la decorazione, perché di patronato della famiglia Groppello, era stata fatta nel 1879 a cura del conte Giulio di Groppello. Anteriormente, nel 1867 l’aveva decorata il pittore prof. Gabetta col suo allievo l’alessandrino Carlo Pessina. Nel 1930 venne rifatta a nuovo la decorazione dal prof. Giorgio Boasso e nel successivo 1931, il 24 maggio, festa di Pentecoste, con una funzione speciale il vescovo mons. Nicolao Milone, intronizzava nella nicchia dell’icona una bella statua del S. Cuore realizzata ad Ortisei in Val Gardena presso la ditta Obletter. Il S. Cuore anziché col solito manto, è rappresentato rivestito della casula sacerdotale richiamando così speciale devozione al Cuore sacerdotale di Gesù. Tutte le spese furono sostenute dai coniugi Maria e dott. Giovanni Novelli, i quali offrirono tale omaggio al S. Cuore di Gesù in memoria dell’unica figliola Franca, morta in giovane età. Una lapide sull’arco di passaggio a sinistra ricorda il generoso atto: “JOANNES ET MARIA CONIUGES NOVELLI IN MEMORIAM PERAMATAE FILIAE FRANCAE AERE PROPRIO EXORNARUNT AN. MCMXXX. L’altare di marmo è di stile barocco: il pavimento in mosaico. La devozione al S. Cuore di Gesù in Alessandria risale al 1742. Il vescovo Mercurino Arboreo Gattinara erigeva il 17 aprile di quell’anno la compagnia del S. Cuore di Gesù nella chiesa delle monache dell’Annunziata e nella stessa chiesa il 3 giugno con messa pontificale ne celebrava la prima festa. Così lentamente ma profondamente si radicava nell’animo dei fedeli la devozione al S. Cuore. Né valse ad ostacolarla l’influenza giansenista; all’inizio del 1800 questa devozione aveva come fautori in Alessandria varie e distinte persone: mons. Villaret, vescovo di Alessandria e di Casale, don Giacomo Mignone di Cassine, l’arciprete Broda di Oviglio, don Ravera ripetitore in seminario e don Massenza professore di teologia nelle scuole di Alessandria. Il 23 agosto 1818 sorse la compagnia del S. Cuore a S. Maria di Castello, nel 1828 a Piana S. Michele, il 25 dicembre 1835 a Castelceriolo, verso il 1850 nella stessa Oviglio, nel 1864 a Quattrocascine. In cattedrale si celebrò sempre la festa del S. Cuore introdotta nel calendario diocesano nel 1742 e sanzionata, con indulto pontificio nel 1765 essendo vescovo mons. Giuseppe Tommaso De Rossi (1757-1786); ma col 1869 questa devozione acquistò un’importanza particolare. In quell’anno, per opera del p. Franciosi, si dava pubblica notizia della cosiddetta “Grande Promessa” rivelata dal Sacro Cuore nel 1869. L’arciprete Lorenzo Grossi, sempre pronto alle grandi iniziative, procurò un bel quadro del S. Cuore, lo pose nella cappella di S. Baudolino e diede inizio alla pia pratica dei primi nove venerdì. Da quel giugno 1869 non si conobbero più soste. Particolare degno di nota: nel gennaio dello stesso anno 1869 veniva nominato viceparroco in cattedrale il cappuccino p. Roggero Testa, quello stesso che più tardi, ricostituito l’Ordine dei cappuccini, avrà tanta parte nella costruzione della chiesa di via S. Francesco d’Assisi consacrata al S. Cuore di Gesù (24 giugno 1889). Dopo i restauri del duomo (1874-1879) il quadro del S. Cuore veniva sistemato nella cappella di S. Giovanni Nepomuceno, sopra la Madonna dell’Uscetto, e qui le funzioni continueranno con lo stesso zelo fino al 1899. Il 9 giugno 1899, in occasione del nuovo atto di consacrazione prescritto da Leone XIII, il can. Carlo Borgogno regalava un altro bel quadro del Bantoni riproducente il S. Cuore. Questo quadro veniva esposto nella successiva cappella di S. Pio, mentre il primitivo passava in dono alla comunità di madre Michel che dall’8 gennaio dello stesso anno si era costituita in congregazione. Nel 1931 si passa nella nuova cappella ove tuttora si continua ogni primo venerdì del mese e per tutto il mese di giugno a celebrare funzioni in omaggio al Cuore Divino. Cappella della Beata Vergine della Salve L’attuale cappella risale ai restauri del 1874-1879. Sullo stesso luogo per circa una sessantina di anni vi fu la bellissima cappella ideata dall’arch. Cristoforo Valizzone e minutamente descritta dall’Ansaldi. Le decorazioni originali (maggio-ottobre 1877) erano di Carlo Costa e le figure del cav. Gamba; vi provvidero le gentildonne alessandrine riunitesi in comitato per il restauro della cappella stessa e per la lotteria a favore di tutti i lavori della cattedrale. Per opera del cav. Gussoni di Torino, la cappella venne rivestita in marmo bianco da terra al cornicione e di marmo venne fatto il pavimento e l’altare. Questo, di stile bramantesco, fu consacrato il 26 aprile 1879 dal vescovo di Cuneo mons. Andrea Formica; sul fianco dell’altare una iscrizione ricorda il donatore, Conte Giulio di Groppello: “AD. ARAM. VIRGINIS. ET. INSTAURANDUM. TEMPLI. A. MDCCCLXXIX JULIUS. GROPPELLI. COMES CONTULIT. LIBELLAS. ITAL. DECEM. MILLIA M. E. P.”. L’incorniciatura della nicchia è in legno scolpito e dorato, su disegno del conte Mella. Nel 1930 a completamento dei restauri generali del duomo, venne affidata al prof. Boasso il rifacimento della decorazione, con la clausola di conservare della precedente la linea e la impostazione. Nella cupola si hanno otto figure allusive ad altrettanti episodi della vita di Maria SS. e cioè: lo sposalizio, l’annunciazione, la visita ad Elisabetta, la nascita di Gesù, il riposo in Egitto, Maria sul Calvario, l’assunzione al cielo, Maria SS. Immacolata. Ai lati delle finestre sono dipinti otto angeli in atteggiamenti corrispondenti a ciascuno dei misteri sopra rappresentati. Così sotto la scena della nascita di Gesù, due angeli stanno suonando; sotto il Calvario i due angeli sono immersi in profondo dolore; sotto l’assunzione vediamo due angeli festosi e sotto l’incoronazione di Maria, i due angeli sono in atteggiamento di venerazione. Nei quattro paducci della cupola abbiamo Davide e Daniele, Isaia e Geremia che ebbero accenni profetici sulla Madre dell’Uomo-Dio. Nonostante le condizioni stabilite, il prof. Boasso modificò alquanto la precedente decorazione del Costa, ed il prof. Morgari nel rinfrescare i dipinti del Gamba tolse tutti i fondi panoramici, sostituendoli con un informe fondo oro a mosaico. La ricca custodia che contiene il Simulacro Nell’icona di questa cappella si custodisce il miracoloso Simulacro che rappresenta la Vergine sostenuta da S. Giovanni Evangelista ai piedi della croce. Si ha la pia credenza che possa essere uno dei tanti che si attribuiscono a S. Luca; certo è preesistente alla fondazione della città di Alessandria, poiché la si venerava già prima del 1168 nell’antica chiesa di Rovereto. Però il culto alla Madonna della Salve ebbe un impulso straordinario soltanto nel 1489, anno in cui al 24 aprile un miracoloso sudore emanò da tutto il Simulacro. Al 1489 il Chenna fa pure risalire il titolo “della Salve” perché in quell’anno s’iniziò a cantare in tutti i sabati la “Salve Regina” innanzi al Simulacro. Prima si chiamava semplicemente “Santa Maria”. La ricca custodia che contiene il Simulacro, dapprima era in legno, ricca di intagli, di dorature e di cristalli. Nel 1761, poiché “non pareva più corrispondere all’intensità dell’affetto, all’altezza della riconoscenza che gli alessandrini nutrivano verso la pietosa loro Madre Divina”, si pose mano alla costruzione di una cassa, tutta di finissimo argento disteso in lamine e con vaghissima arte, in varie parti dorata, la quale riuscì un vero capo d’opera d’oreficeria. Era di stile barocco, lavorato a volute, a fiorami, a medaglioni, a scanalature, con una precisione e maestria veramente meravigliosa, uscita dall’officina dell’ing. Ceresa di Alessandria. Il globo d’argento dorato che sovrastava la cassa fu, nel 1792, sostituito da una corona reale, rialzata su vaghe modanature, alla quale, quasi a sostenerla, s’aggiunsero ai lati, nel 1828, due grossi putti d’argento massiccio. Questo prezioso e ricchissimo lavoro fu gravemente danneggiato dall’incendio del 1876. Scoppiò nella notte tra il 29 e il 30 aprile, durante l’ottavario solenne della B.V. della Salve che si svolgeva nella chiesa della SS. Trinità. (Essendo in corso i restauri del duomo, il capitolo della cattedrale, dopo una breve sosta nella chiesa di S. Stefano, si era stabilito nella chiesa della SS. Trinità, ora scomparsa per dare luogo alla cappella della Casa di Riposo). Il fuoco appiccatosi alla immensa quantità di cera offerta dai fedeli, alla circostante balaustra di legno, ad un vicino confessionale, al pulpito, alla tappezzeria, avviluppò tra i suoi vortici la preziosa immagine. Per vero miracolo, il Simulacro di legno antichissimo, fra il liquefarsi dei cristalli ed il disfarsi della stessa cassa rivestita d’argento, che la chiudeva, si conservò in modo che i guasti patiti poterono essere agevolmente riparati. Il 18 maggio seguente, il celebre statuario savonese cav. Antonio Brilla ridonava agli alessandrini l’effigie della Salve completamente restaurata. La ricostruzione della cassa venne invece affidata all’orefice alessandrino Antonio Testore il quale, basandosi sugli antichi modelli la rifece rendendola ancor più squisitamente artistica: fu ultimata nel 1877 e venne a costare £. 21.000. Degne di nota sono le lampade che stanno ai lati del Simulacro. Le due in argento, stile impero, fatte da Ceresa Maurizio su disegno dell’arch. Leopoldo Valizzone, furono donate dal municipio nel 1837 in esecuzione del voto della città per la grazia ottenuta della preservazione dal colera nel 1835. Sono a forma di vaso antico su base triangolare e poggiate su tre grifi collegati dallo stemma della città. Le altre due lampade d’argento appese a catenelle, furono offerte da re Carlo Alberto per la solenne imposizione della corona vaticana alla B.V. della Salve fatta da mons. Andrea Pasio il 28 maggio 1843; alle grandiosi feste partecipò lo stesso re con la sua reale famiglia. Su ogni lampada si notano tre scudetti con le seguenti lettere incrociate: CCR - DDD – BMV: Carolus Carignanus Rex – Dedit Donavit Dicavit – Beatae Mariae Virginis. In questa cappella sono conservate anche due insigni reliquie della passione di Gesù Cristo. Reliquia di Santa Croce.

Questa insigne reliquia (un grosso frammento della S. croce) è contenuta in un magnifico reliquario in argento cesellato di fattura milanese, alto m. 0,83, largo m. 0,46. La forma è quadrata; ci sono inoltre varie figure di angeli che recano gli strumenti della passione: la colonna, la croce, il velo, la corona di spine, i chiodi. Al di sopra, il busto del Padre Eterno, con ai fianchi due angeli adagiati presso due palmette. Le notizie storiche concernenti la reliquia si possono dedurre da una iscrizione incisa sul tergo del reliquario stesso. Qui si legge che il legno della SS. vera croce di N. S. Gesù Cristo fu donato con strumento notarile da Opizio De Reversatis alla città di Alessandria nella persona del podestà Alberto Fontana il giorno 11 dicembre 1208. Nello stesso giorno furono estratti i nomi di quelle nobili famiglie (due per ogni contrada), alle quali sarebbe stata affidata la cura e la custodia. La sorte designò le seguenti: Trotti, Pettenari, Calcamuggi, Ghilini, Plana, Robutti, Squarciafichi, Colli. Furono queste famiglie (alla fam. Plana era succeduta quella degli Arnuzzi) che nel 1619 curarono l’esecuzione dell’attuale reliquiario. L’affresco che occupa la lunetta sul fronte della cappella della Salve e che rappresenta, a sinistra i crociati, il podestà di Alessandria Alberto Fontana e Opizio De Reversatis in atto di regalare la reliquia di S. croce, riunisce insieme i due fatti del 1208 e 1619. Reliquia della Sacra Spina. Questa eccezionale reliquia è rinchiusa in un reliquiario d’argento, alto cm. 36, fatto a forma di ostensorio ambrosiano con cilindro di cristallo; è un bel lavoro di cesello del XVI secolo. Storicamente sappiamo che questa Sacra spina fu acquistata dal nobile alessandrino Castellino Colli, a caro prezzo, da un soldato che l’aveva salvata dal sacco di Roma del 1527. Il Colli l’aveva poi lasciata per testamento a S. Pietro di Borgoglio, nella cui collegiata la sua famiglia godeva il patronato dell’arcipresbiterato, ma il vescovo Ottaviano Guasco nel 1542, la fece trasportare in cattedrale perché fosse conservata e venerata con il Sacro legno della croce. La S. spina, della lunghezza di circa cm. 6, è di colore cenerognolo; alla punta è di colore piuttosto scuro ed appartiene al genere Rhamnus. Nella lunghezza si scorgono altre macchie oscure, forse dovute al logoramento della piccola epidermide cenerognola che lascia intravedere il legno. Cappella di S. Giuseppe Nei restauri del 1874-79 si costruì un ambulacro che circondando l’abside dà la possibilità di circolare da una navata laterale all’altra senza dover passare innanzi all’altare maggiore. La sua utilità si rende opportuna specialmente durante le processioni che si svolgono all’interno del tempio. Nel 1880 fu munito di due cancelli per impedire l’arbitraria circolazione dei fedeli. In questo ambulacro furono collocati, provenienti dal vecchio duomo, il gruppo marmoreo del crocifisso, 4 busti di illustri benefattori e parecchie lapidi. La cappella intitolata a S. Giuseppe, in correlazione con quella della Salve per posizione ed ampiezza, venne costruita nel 1876-79, con le offerte raccolte tra i devoti di S. Giuseppe. Fu decorata di nuovo nel 1930 dal prof. Boasso. L’altare in marmo di Saltrio, di stile bramantesco, su disegno dell’ing. Conte Ferraris d’Orsara dei marchesi di Castelnuovo, fu donato dal can. Porrati, penitenziere della cattedrale e poi vescovo di Bobbio, e venne consacrato il 26 aprile 1879 da mons. Enrico Gaio, vescovo di Bobbio. A lato dell’altare un’epigrafe ricorda quest’avvenimento: IN DEDICATIONE TEMPLI MDCCCLXXIX / ALTARE HOC. S. JOSEPHO CONSECRATUM / VI CAL. MAII / A D. D. HENRICO GAIO BOBIENSI EPISCOPO / IOANNES BAPTISTA PORRATUS / EX CAN. POENIT. ECCL. HUIUS CATHEDRALIS / GAIO FACTUS SUCCESSOR / SUIS IMPENSIS EXCTRUCTUM VOLUIT/ INCLITIS PARTO DECORE EPISCOPIS; Nell’anno della dedicazione del Tempio 1879 il 26 aprile, questo altare consacrato dal rev.mo mons. Enrico Gaio, vescovo di Bobbio, fu costruito a spese di Giovanni Battista Porrati, che da canonico penitenziere di questa chiesa sarebbe divenuto successore dello stesso mons. Gaio. In memoria e lustro degli incliti vescovi fu posta (questa lapide). In questa cappella si può ammirare una meravigliosa statua in marmo bianco di stile barocco, rappresentante S. Giuseppe. Fu scolpita da Giacomo Francesco Parodi di Genova; è forse l’ultimo lavoro di questo esimio artista che lasciò belle prove della sua arte anche a Venezia, a Padova e a Lisbona. Questa statua venne benedetta il 25 novembre 1703 e destinata alla ricca cappella di S. Giuseppe nell’antico duomo, cappella che era stata inaugurata fin dal 1529 sotto il patronato della famiglia Sacco. La statua passò all’attuale duomo nel 1810. Cappella di S. Baudolino Fino al 1874 fu la cappella del S. Rosario. In seguito fu destinata al nostro Santo Patrono. Decorata dal Costa, per conto della commissione generale dei restauri, venne nuovamente decorata nel 1929 dal prof. Boasso con carattere cinquecentesco, per iniziativa del canonico Andrea Dellagrisa. Sull’altare vi sono racchiuse in una profonda nicchia le reliquie di S. Baudolino e S. Valerio, che prima della fondazione della città si trovavano a Villa del Foro. Fu lo stesso Pontefice Alessandro III che ordinò il trasferimento delle reliquie in Alessandria e dispose la costruzione di una nuova chiesa per custodirle, detta dapprima S. Maria del Foro e dopo qualche secolo S. Baudolino. Quando nel 1803 Napoleone per motivi militari fece demolire insieme alla vecchia cattedrale, anche la chiesa di S. Baudolino, il capitolo fu subito pronto a trasferire le Sacre reliquie prima in S. Alessandro e quindi nel 1810 nella nuova cattedrale. Nelle pareti laterali della cappella vi sono due tombe di carattere romanico. A destra vi sono raccolte le reliquie di S. Lorenzo e di altri Martiri, tolte da un sarcofago nelle catacombe e date alla cattedrale di Alessandria per interessamento di mons. Mugiasca, vescovo dal 1680 al 1684. Nella tomba di sinistra si conserva invece lo scheletro completo rivestito di una tunica nera del B. Guglielmo Zucchi. Il B. Guglielmo Zucchi, alessandrino, fu sacerdote integerrimo, fabbriciere della cattedrale e amatissimo dai poveri da cui era chiamato il “padre”. Morì in concetto di santità il 7 febbraio 1377. G. B. Rossi nel 1879 disegnò e litografò l’effigie del B. Guglielmo ricavandola da un antico dipinto già appartenente alla famiglia Trotti. Cappella del Rosario Dal 1810 al 1874 fu la cappella di S. Luigi. Divenuta cappella del Rosario fu decorata nel 1878 per iniziativa della compagnia dello stesso titolo eretta in cattedrale fin dal sec. XVII. Nel 1928 per munificenza di mons. arcidiacono Giuseppe Antonio Villa, venne dal prof. Boasso nuovamente decorata in armonia con l’altare fatto di marmi policromi di carattere settecentesco. Intorno alla nicchia che contiene la statua della Madonna, vi sono 15 quadretti dei Misteri del rosario, di relativo valore artistico. Il quadro di S. Luigi, offerto dall’antica famiglia Bolla, è stato conservato a ricordo del titolo precedente della cappella. Il quadro del B. Zucchi, proviene dalla vecchia cattedrale. Sopra il quadro una cartella porta scritto: “B. GUGLIELM. ZUCCUS / ALEXANDRIAE STATIELLORUM / NOBILI ORTUS GENERE / PAUPERUM PATER”; Beato Guglielmo Zucchi di Alessandria degli Stazielli, di nobile famiglia, padre dei poveri. Sotto il riquadro si legge ancora: “ FABBRICAE HUIUS BASILICAE PRAEFECTUS / SACRIS DEIN INITIATUS / CLARUS MIRACULIS / EVOLAVIT AD DOMINUM / ANNO 1377”: Prefetto della Fabbriceria di questa basilica passò al sacerdozio. Illustre per miracoli, volò al Signore nell’anno 1377. Cappella dell’Immacolata Questa cappella non mutò mai il suo titolo. Ripulita nel 1878 per cura delle figlie di Maria, venne restaurata una seconda volta dal prof. Boasso nel 1928 per incarico del can. teologo Enrico Jachino. Il concetto di quest’ultima decorazione si ricavò dall’altare in marmo, magnifico lavoro di intarsio a fondo nero e disegni in bianco e rosso. Era l’altare maggiore dell’antico duomo. Si nota, oltre la porticina del tabernacolo in lastra di rame sulla quale è dipinto ad olio un Cristo risorto, di scuola carracesca, una ornamentazione di stucchi stile impero che risale al 1855. Fu eseguita per ordine del capitolo in occasione della definizione del dogma dell’Immacolata. Nell’arco di facciata si vede raffigurato Pio IX che proclama il dogma: vi è un gruppo di angeli che cantano e suonano ed in rilievo la scritta: “CONCEPTIO TUA - DEI GENITRIX VIRGO - GUDIUM - UNIVERSO MUNDO: Il tuo concepimento – Vergine Madre di Dio – è gioia per il mondo intero. Nei due fianchi dello stesso arco si ammirano, dipinte su tela, quattro storie della B. Vergine, del pittore Guglielmo Caccia detto il Moncalvo. Le due tele circolari rappresentano la visita a S. Elisabetta e la fuga in Egitto; le altre due in forma ovale riproducono la presentazione della B.V. al tempio e la purificazione di Maria. Le due lunette laterali rimpicciolite da una bella cornice, portano rispettivamente tra due profeti, la raffigurazione della luna e del sole. All’altezza dei capitelli vi sono due cadenze di fiori con al centro un mazzo di gigli a sinistra ed una colomba a destra. Ai due lati dell’icona si trovano le statue di S. Francesco d’Assisi e di S. Chiara, di relativo valore artistico, poste a ricordare gli antichi possessori della bella statua dell’Immacolata, stile 1500, che si trovava nella nicchia prima dell’attuale. Il bel Simulacro della B.V. apparteneva infatti ai Minori conventuali della chiesa di S. Francesco (ex ospedale militare). Nel 1802 per la sospensione di tutti gli Ordini regolari, avvenuta sotto l’ultima dominazione francese, fu consegnato dal generale Campana, allora prefetto di Alessandria, al can. Francesco De Porzelli, il quale a sua volta lo trasmetteva al ven. capitolo della cattedrale. L’amministrazione del Fondo culto riconosceva in seguito il capitolo della cattedrale come vero proprietario della statua col trono e accessori ornamentali. Nel 1824 si ebbe una prima traslazione del Simulacro nella chiesa dei RR. padri Cappuccini, i quali la ottennero non in forza di un dono, ma di semplice deposito. Con la soppressione del 1868, la statua tornò in cattedrale, finché nel 1889 (19 giugno) dietro nuova richiesta dei padri Cappuccini, passò sempre alle stesse condizioni, all’attuale chiesa del S. Cuore, mentre in cattedrale si provvide l’attuale Simulacro non certo artistico come il precedente. Il Battistero L’ultima cappella, destinata a battistero, presenta un discreto valore artistico, il fonte battesimale in marmo ed intarsio, su disegno del conte Mella fu donato dal can. Talice. Era in programma il rifacimento totale, per cui venne iniziata nel 1938, in occasione del decennio di parrocchia dell’arcip. mons. Francesco Doglioli, una pubblica sottoscrizione. La guerra interruppe l’iniziativa, per cui il battistero, ripulito e decorato nel 1946 conserva ancora la primitiva forma. Presso il battistero è sistemato il busto in marmo del barnabita card. Luigi Maria Bilio, alessandrino. Venne qui trasportato dalla navata centrale durante i restauri del 1926-29. Sul piedistallo è scolpita la seguente iscrizione: “ALOYSIO M. BILIO / EX CONGR. CLERIC. REG. S.TI PAULI / EMINENTISSIMO CARDINALI / EPISCOPO SABINENSI / CONCIVES AMORIS LUCTUS OBSEQUII CAUSA. NATUS ALEXANDRIAE VIII KAL. APRIL. MDCCCXXVI / BIDUO POST SACRO HEIC DE FONTE SUSCEPTUS EST / DE RELIGIONE SANCTA Q. SEDE / PRAECLARE MERITUS / PIISSIME OBIIT ROMAE / II KAL. FEB. A. MDCCCLXXXIV” ; “Ad Aloisio Maria Bilio – della congregazione dei chierici della regola di S. Paolo – cardinale eminentissimo – vescovo di Sabina – i concittadini a testimonianza di affetto – cordoglio deferenza. Nato in Alessandria il 25 marzo 1826 – due giorni dopo qui fu accolto dal fonte battesimale – e avendo acquisito grandi meriti verso la religione e la Santa Sede – morì in profonda devozione a Roma – il 30 gennaio dell’anno 1884”. Il card. Bilio nacque in Alessandria il 25 marzo 1826 da Giuseppe Antonio, calzolaio, e Maria Maddalena Barali erbivendola. Passò ad abitare col calzolaio, amico del padre, Carlo Matis, uomo caritatevole, che diventerà il benefattore generoso del Bilio. A 14 anni entrava nel noviziato dei barnabiti a S. Bartolomeo degli Armeni di Genova; faceva professione nella pasqua del 1853; era ordinato sacerdote a Vercelli nel 1857. Inviato a Roma, insegnò teologia nel collegio della sua congregazione e fu annoverato tra i consultori di varie congregazioni romane. Fu opera sua l’elenco o Sillabo dei principali errori del tempo, per cui Pio IX deliberava di elevarlo alla dignità cardinalizia e ciò avveniva il 22 maggio 1866. In seguito fu prefetto o membro delle congregazioni romane del Concilio Vaticano, penitenziere maggiore e vescovo suburbicario di Sabinia. Morì il 30 gennaio 1884 in Roma all’età di 58 anni. L’8 aprile 1886 fu inaugurato in cattedrale il suo monumento con l’iscrizione suddetta, erettogli per pubblica sottoscrizione, (scultore il milanese Fumeo). La facciata La facciata della cattedrale, venne innalzata da Cristoforo Valizzone in collaborazione con il figlio Leopoldo, negli anni 1820-22: di stile neo-classico con colonne d’ordine corinzio. A grandi caratteri spicca sul cornicione la dedica: “APOSTOLORUM PRINCIPI”. I tre dipinti a chiaro-scuro che abbelliscono la facciata, rappresentano: S. Pietro liberato dal carcere (At 12, 6-11); S. Pietro riceve le chiavi (Mt 16, 18); S. Pietro va incontro a Gesù sulle acque del lago di Tiberiade (Mt 14, 28-31). Sono opera del prof. Luigi Vacca di Torino (1771-1854) e furono rinfrescati dal prof. Laiolo nel 1910, quando in occasione del giubileo del vescovo mons. Giuseppe Capecci, venne restaurata tutta la facciata. Nel timpano lo stesso Vacca rappresentò l’Eterno Padre, Signore del cielo e della terra. Sull’attico 5 statue in marmo rappresentano il Redentore ed i quattro evangelisti: Matteo, Marco, Luca, Giovanni. Furono donate dal can. Giuseppe Cuneo nel 1827. Sui lati della facciata, riprodotti dall’antico duomo, vi sono gli stemmi dei Pontefici Pio V e Pio VI, con rispettive iscrizioni: “PONTIFICI OPTIMO MAXIMO PIO V ALEXANDRINO / PATRIAE URBIS ET ORBI PATRI / A CLEMENTE XI SANCTORUM FASTIS ADSCRIPTO / ALEXANDINA CIVITAS / MATERNI AMORIS BENEMRITO FILIO / FILIALIS OBSEQUII MUNIFICIENTISSIMO PATRI / MONIMENTUS HAUD SEMEL INSTAURAVIT. CANONICORUM ORDO / AD PRISTINUM EXEMPLAR RESTITUTUM / IN NOVUM TRANSFERT / A. R. S. MCMX.

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